Frammento di una spettatrice, da “Inferno”.

Inferno. Il giorno dopo. La mattina a colazione ho bisogno di ritrovare il filo lasciato nella sala con gli attori del laboratorio ZeroFavole dei Babilonia Teatro e cerco sul pc il brano di Vasco Rossi su cui Carlo si esibisce, insieme a Marco e Daniele. Lo riascolto mentre inizia la mia giornata per non perdere qualcosa che c’era, che ho percepito nel corso dello spettacolo, e lì in particolare, e non era finto (per restare sulle questioni poste da Inferno).
Cos’era? Forse era avere a disposizione la forza di una musica, di un testo perfetto per dire del proprio stato d’animo, in faccia a tutti ma anche nel chiuso di una stanza.
Erano voce e volto, veri,  di un ragazzo che si sente capito perché ha trovato qualcuno che dice, che grida  le cose che lui stesso ha in testa, le parole “giuste” de “Gli spari sopra”.
Coincidenza: il volto di Sivia dei Motus in MDLSX, ragazzina che canta “C’era un ragazzo” dentro una ripresa a oblò, visto appena due settimane prima.
Ho ritrovato, in quegli oblò di luce, dei flash di me a nove anni che cantavo, a turno con mia sorella, sopra le canzoni di Nada, Caterina Caselli, Silvie Vartan, Patti Pravo e altri dell’epoca, quando i genitori non c’erano. Il microfono era il manico dello spazzolone (e funzionava perfettamente).
Forse un frammento in cui riconoscere la vocazione del desiderio.