TEATRO. Grande successo per l’attore romano, mattatore sulla scena con “Pueblo” che racconta l’Italia delle periferie. Violetta giovane cassiera precaria e Domenica barbona abbandonata.

celestinidi Lorenzo Parolin
Il Giornale di Vicenza, domenica 26 novembre 2017

Sull’alzata del sipario, un bel tutto esaurito. Alla fine, un applauso che non finisce più. Tra i due momenti, l’altra sera all’Astra di Contra’ Barche, “Pueblo” di e con Ascanio Celestini. Lo spettacolo, in cartellone per la stagione “Terrestri 2017/18″ è la seconda parte della trilogia che l’attore e autore romano dedica alle periferie. Di fronte al pubblico vicentino, ha replicato il successo di “Laika”, applaudito lo scorso anno. I luoghi che fanno da sfondo alla storia sono quelli dell’urbanizzazione selvaggia e incontrollata che l’Italia ben conosce: centri commerciali, parcheggi, marciapiedi, bar di borgata, con relativa umanità. Celestini, rivolgendosi a un immaginario Pietro (il fisarmonicista Gianluca Casadei) porta in scena due storie principali. La prima è quella di Violetta, giovane cassiera precaria del supermarket, orfana di padre e sognatrice. Le ore trascorse al lavoro, tra resti da consegnare ai clienti e scontrini, sono alienanti, ma lei trova rifugio nel sogno, si immagina principessa e trasforma il centro commerciale in un castello. Qui Celestinisi veste di poesia, riecheggia romanzi come “Il Consolatore” del norvegese Gaarder e propone un segmento perfetto. Per forma, intensità e contenuti. La seconda storia segue le tracce di Domenica, una barbona raccolta defunta a lato della strada, le cui vicende sono raccontate in flashback. Così, come se fosse un giallo, si scopre che è stata figlia di un delinquente abituale, iniziata al furto fin da piccola; che ha subito maltrattamenti ed è finita in un istituto-lager affidata a suore sadiche e invasate; che è innamorata del magrebino Said, giovane dipendente da gioco d’azzardo, che ha tentato il suicidio ed è vissuta negli ultimi anni raccogliendo immondizia. Il personaggio, con tutto il suo dolore e degrado, è chiaramente simbolico del mondo che abita ai margini e nel tratteggiarne la storia, Celestini non sfugge ad alcune semplificazioni del tipo “bene contro male”. Così, per chiudere il cerchio ci vuole un passaggio esplicito come la raccomandazione finale rivolta a Pietro di “guardare anche oltre il vetro della finestra, alla ricerca delle cose per come davvero sono”. Il resto, lo fanno la personalità del protagonista sulla scena, i ritmi serrati fino alla chiusura e un intreccio che tiene l’attenzione della platea. Il risultato, sul calo del sipario, è un applauso senza fine.