Andrea Rosset (Vicenza, 1967), è un fotografo italiano; ha studiato arte e poi pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ha cominciato a introdurre la fotografia e il video nei propri lavori, per realizzare installazioni di “immagini in movimento”.
Dal 2010 fa parte del collettivo artistico Jennifer rosa, al quale partecipa come autore di progetti video, fotografici e performativi, trovando nella forma del collettivo un ambito naturale nel quale sviluppare ulteriormente una ricerca multimediale.
Come fotografo proveniente dalle arti visive, interessato principalmente a una ricerca sul corpo, il volto umano, l’identità, la rappresentazione della presenza, privilegia uno stile diretto, antinarrativo e non sentimentale; il suo lavoro, svolto prevalentemente in studio, si pone così in un confine: tra una modalità operativa lucida, non impulsiva, e l’irriducibilità della memoria, la densità del tempo, la profondità del vissuto.

terrestri 201718

Un ritratto può essere definito come una venuta alla presenza. Come a teatro, dove il sipario si apre su una scena, cioè su di uno spazio precisamente dedicato alla venuta alla presenza (in questo senso una rappresentazione, una intensificazione della presenza). È una presenza, quella messa in essere in un ritratto, in una scena teatrale, che non si limita al puro posizionamento, alle coordinate spaziali, ma che consiste in una dinamicità intrinseca: in un venire, in un presentarsi a, in un approccio e in un allontanamento, in una esposizione.

In questo senso l’atto fotografico è vicino al teatro (ricordiamo anzi che secondo Barthes deriva dal teatro, più che dalla pittura), perché condivide con il teatro una necessaria compresenza di oggetto e soggetto dello sguardo, compresenza che è sia spaziale che temporale. La presenza deve essere presente: qui e ora. Ed è un avvicinamento, e non solo uno stare di fronte. È un apparire.

Per la rassegna teatrale Terrestri, ho fotografato innanzitutto un vetro, graffiato e usurato. Dietro al vetro, sullo sfondo, il volto di una giovane persona, in primo piano e sfuocata, che ci guarda. Il vetro, tanto più se reso quasi opaco, degradato nella sua efficacia di oggetto puramente trasparente, diventa così uno schermo, che si interpone tra noi e questa persona. Uno schermo per definizione è un ostacolo, un impedimento, è ciò che divide. È quindi un qualcosa che compromette il contatto, l’avvicinamento, il venire alla presenza. In luogo di una apparizione, avviene una scomparsa; ma la fotografia è sempre una scomparsa luminosa, un ossimoro che rende presente qualcosa nel momento stesso in cui quel qualcosa scompare. In quanto fotografata, la persona ritratta dunque arretra e scompare nel momento in cui avanza e appare. Lo schermo frapposto fra noi e lei duplica e ribadisce questa ambiguità costitutiva dell’immagine fotografica, e degli stessi meccanismi di ciò che chiamiamo visione.

Noi attualmente viviamo attraverso gli schermi. Gli schermi sono una presenza pervasiva che modula e definisce il nostro rapporto con il mondo, le nostre interazioni sociali. Conosciamo e comunichiamo attraverso questi dispositivi; individui e schermi-protesi sono gli elementi di un unico sistema comunicativo e sociale. La questione che pone lo schermo è che se, da una parte, è indispensabile per proteggere dalle radiazioni luminose, dall’altra consente il manifestarsi del fenomeno. Consente l’apparire. Per avere accesso all’apparizione, per permettergli di apparire, noi dobbiamo schermarci da essa. Come avviene quando scattiamo una fotografia. Il paradosso di questa separazione, di questa distanziazione, di questa schermatura necessaria tra noi e ciò che a noi si rende presente, è insito nella rappresentazione: la maschera nasconde il soggetto, ma allo stesso tempo è necessaria affinché vi sia soggetto. Ogni processo conoscitivo sensibile ha bisogno di un interfaccia, di ciò-che-sta-in-mezzo. Questo ciò-che-sta-in-mezzo è il nostro stesso corpo, perché la visione è una relazione fisica, un fenomeno immersivo, nel quale il nostro stesso sguardo viene modificato dal veduto; non c’è  da un lato un soggetto vedente e dall’altro un oggetto visto, ma questi per così dire scivolano l’uno nell’altro. Forse lo sguardo che ci viene rivolto dalla persona fotografata per Terrestri, con questi occhi che “bucano lo schermo”, ci parla di questo.

Andrea Rosset, 2017



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