pro patria

PRO PATRIA

SENZA PRIGIONI, SENZA PROCESSI

di e con Ascanio Celestini

I morti e gli ergastolani hanno una cosa in comune, non temono i processi. I morti perché non possono finire in galera, gli ergastolani perché dalla galera non escono più. “Chi ruba una mela finisce in galera anche se molti pensano che rubare una mela è un reato da poco. E chi ruba due mele? Chi ne ruba cento? Quando il furto della mela diventa un reato? C’è un limite? C’entra con la qualità della mela? La legge è uguale per tutti e i giudici non si mettono a contare le mele. La statua della giustizia davanti al tribunale ha una bilancia in mano, ma entrambi i piatti sono vuoti. Non è una bilancia per pesare la frutta”. Sono le parole di un detenuto che sta scrivendo il discorso. Un discorso importante nel quale cerca di rimettere insieme i pezzi della propria storia, ma anche di una formazione politica avvenuta in cella attraverso i tre libri che l’istituzione carceraria gli permette di consultare.

Quando si parla di teatro civile, non si parla di nulla di nuovo. Si affonda invece a piene mani nella tradizione più antica e più autentica dell’arte teatrale: quella che, trascendendo dalla rappresentazione come mero momento di intrattenimento, porta in scena la riflessione e il confronto sui temi della politica, della società e del vivere comune. Perché teatro civile oggi? Per raccontare, attraverso la dimensione scenica, l’uomo, la sua storia e la società in cui si muove. Una vera e propria forma di arte sociale, che pone l’uomo al centro di un dialogo e di un confronto, di uno scambio articolato e mai passivo con un pubblico partecipe ed esigente. Allo spettatore non si chiede solo di “assistere”, ma soprattutto di riflettere, discutere, dibattere, ricordare, ragionare. Il teatro diventa agorà, spazio di raffronto e di discussione collettiva, punto di osservazione privilegiato per cogliere e analizzare infiniti spunti di riflessione, esplorare prospettive, ricostruire e far rivivere memorie e storie.

Ascanio Celestini, attore e drammaturgo, ma anche regista cinematografico e scrittore, è uno dei maggiori rappresentanti della seconda generazione del teatro di narrazione. Il suo lavoro è stato riconosciuto dai maggiori premi del settore, tra cui il Premio Ubu speciale 2002, il Premio Ubu 2005 per lo spettacolo Scemo di guerra come Nuovo testo italiano


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