il canto della caduta

Liberamente ispirato al mito del regno di Fanes
Con libere citazioni da Riane Eisler; Carol Gilligan; Ulrike Kindle; Giuliana Musso; Heinrich von Kleist; Christa Wolff

di e con Marta Cuscunà
progettazione e realizzazione animatronica Paola Villani
assistente alla regia Marco Rogante
co-produzione Centrale Fies, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile
di Torino, São Luiz Teatro Municipal | Lisbona
in collaborazione con Teatro Stabile di Bolzano, A Tarumba Teatro de Marionetas | Lisbona
Marta Cuscunà fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies

prima regionale

Il mito di Fanes è un’antica tradizione popolare dei Ladini, piccola minoranza etnica delle valli centrali delle Dolomiti. Esso racconta della fine del regno pacifico delle donne e dell’inizio di un’epoca di violenza e sopraffazione, contrassegnata dal dominio maschile sulle ricchezze, sulle terre, sulle donne e sugli altri popoli. È il canto nero della caduta nell’orrore della guerra.

Ma davvero solo un mito? La guerra è davvero parte ineluttabile del destino dell’umanità? Studiose come l’archeologa Marija Gimbutas e l’antropologa Riane Eisler hanno teorizzato che nel neolitico, millenni prima dell’avvento di quelle che sono state finora considerate le prime grandi civiltà della storia, l’Europa fosse abitata da società prevalentemente egualitarie e pacifiche, in cui il rapporto fra generi era paritario e il femminile era centrale nella visione del sacro e nella struttura sociale. Quella che è solitamente presentata come un’utopia potrebbe essere dunque un’alternativa non solo possibile ma, addirittura, già esistita.

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Quattro corvi meccanici e due piccoli Fanes ispirati alla street art di Herakut sono i nuovi compagni di scena della straordinaria Marta Cuscunà in questo suo nuovo viaggio di resistenza.

 

Il regno di Fanes
Il mito di Fanes è una tradizione popolare dei Ladini, una piccola minoranza etnica (35.000 persone) che vive nelle valli centrali delle Dolomiti.
E’ un ciclo epico che racconta la fine del regno pacifico delle donne e l’inizio di una nuova epoca del dominio e della spada. E’ il canto nero della caduta nell’orrore della guerra. Il mito racconta che i pochi superstiti sono ancora nascosti nelle viscere della montagna, in attesa che ritorni il “tempo promesso”. Il tempo d’oro della pace in cui il popolo di Fanes potrà finalmente tornare alla vita. Guardare indietro per andare avanti. Nel saggio di antropologia Il calice e la spada, Riane Eisler indaga le strutture sociali che l’umanità si è data nel corso dei secoli e davanti a una continua epopea di guerre e ingiustizie, apre la riflessione a domande più che mai necessarie: la guerra è parte incancellabile del destino dell’umanità? Cosa ci spinge perennemente alla guerra invece che alla pace? Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’uno con l’altro? Il dominio dell’uomo sulla donna è inevitabile? E’ realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti e di ingiustizia sociale a un sistema mutuale e pacifico?
Secondo Riane Eisler, le risposte per un futuro migliore potrebbero affondare le radici in quel punto nella preistoria della civiltà europea di cui parla l’archeomitologa lituana Marija Gimbutas, in cui la nostra evoluzione culturale sarebbe stata letteralmente sconvolta.

Archeomitologia
L’approccio dell’archeomitologia è multidisciplinare e unisce l’archeologia descrittiva alla mitologia comparata, al folclore, all’etnologia storica e alla linguistica.
Marija Gimbutas, nel saggio Il linguaggio della Dea, ricostruisce un mondo perduto che corrisponde all’Europa neolitica in cui la presenza del femminile sarebbe stata centrale nella visione del sacro e della struttura sociale. Un’Europa antica molto diversa da quella che ha prevalso successivamente, in cui le società erano prevalentemente egualitarie e pacifiche; il rapporto fra i sessi era equilibrato e paritario; le donne potevano svolgere funzioni sociali importanti di capo-clan e sacerdotesse perché perfino Dio era femmina. Secondo Marija Gimbutas, i nostri antenati avrebbero coltivato una forma di pensiero molto diversa rispetto a quella patriarcale caratterizzata dal predominio del sesso maschile su quello femminile e dalla sopraffazione dei popoli più deboli. A sostegno delle sue tesi, l’archeomitologa lituana porta le tracce e i simboli che ancora si possono trovare nelle leggende, nei miti, nel folklore, nella spiritualità delle ere successive che conserverebbero la memoria di questa cultura neolitica. Il canto della caduta, attraverso l’antico mito di Fanes, vuole portare alla luce il racconto perduto di come eravamo, di quell’alternativa sociale auspicabile per il futuro dell’umanità che viene presentata sempre come un’utopia irrealizzabile. E che invece, forse, è già esistita.

Animatronica
Il canto della caduta prevede la presenza in scena di personaggi meccanici progettati e realizzati dalla scenografa Paola Villani, che si inseriscono nella tradizione del teatro di figura ma ne scardinano l’immaginario in quanto la loro movimentazione si basa su tecnologie applicate in animatronica e sull’utilizzo di componentistica industriale per realizzarle. Il dispositivo costruito per Il canto della caduta, prevede un movimento che parte dalle mani di un’unica attrice ma che attraverso dei joystick meccanici produce la movimentazione di un sistema complesso di leve a cavo.

I bambini
Il mito di Fanes si conclude con l’immagine dei pochi superstiti, nascosti nelle viscere della montagna, in attesa del tempo promesso della pace. Il mito racconta che i sopravvissuti a cui è affidata la rinascita dell’intero popolo perduto, sono bambini. La loro infanzia rimane sospesa, incastrata nel tempo. Devono nascondersi, altrimenti potrebbero essere uccisi: la guerra non risparmia nessuno. Nemmeno i più piccoli. Ho cercato di immaginarli e li ho visti nascosti sotto teste di topo, come i bambini disegnati da Herakut, duo tedesco di streetartists che ha lavorato in diversi campi profughi e zone devastate dalle guerre.

I corvi
La scena iniziale è la scena della fine: un campo di battaglia.
Quello che resta degli eserciti, diventa il banchetto dei corvi, ormai svogliati per la troppa abbondanza. I corvi si parlano, prendono le parti del coro, descrivono la battaglia, il frantumarsi di ondate di uomini che seminano corpi a pezzi. Indugiano sulla meraviglia che accompagna la carneficina, il lato ostinato del darsi morte fino al culmine dello sterminio. La guerra non si vede mai sulla scena. Eppure c’è, restituita al pubblico dal punto di vista degli unici personaggi che ne traggono sempre vantaggio. I corvi.

ABBONAMENTI
in vendita  dal 3 ottobre al 3 novembre
completo 10 spettacoli intero € 100 | ridotto € 85
carnet 5 spettacoli intero € 65 | ridotto € 55
astra student card 5 ingressi € 25  (Riservata agli studenti delle scuole superiori. Utilizzabile anche da più persone per lo stesso spettacolo)

BIGLIETTI
in vendita dal 3 ottobre
intero € 15
ridotto € 12
ridotto gruppi (min. 10 persone), under20 € 10
corsisti scuole di teatro e danza convenzionate € 8,50

INFORMAZIONI PRENOTAZIONI E PREVENDITE
UFFICIO TEATRO ASTRA
Contrà Barche 55 – Vicenza
telefono 0444 323725 | info@teatroastra.it
aperto dal mercoledì al venerdì 10-13 / 15-17.45
dal 3 ott al 3 nov aperto anche il martedì e il sabato dalle 10 alle 13 e il mercoledì fino alle 19


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